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Una passeggiata nella storia tra Cinquecento e Ottocento

Alla scoperta del nobile Inverigo, un paese situato tra Milano e il lago di Como, nell’Alta Brianza, comodamente raggiungibile in treno, grazie alla storica linea ferroviaria Milano-Asso.

Un borgo antico da sempre tanto caro ai milanesi che qui giungevano per villeggiare, in quelle lunghe estati di un tempo, che avevano inizio il giorno di san Giorgio in Aprile e terminavano all’estate di san Martino a Novembre.

E’ questo il luogo giusto per poter fare esperienza di vedute e panorami, un borgo che è quasi un’intera architettura paesaggistica. Una terra modellata dalla sapienza di conti e di marchesi, in particolare la famiglia Crivelli, protagonista di questo itinerario, che per secoli lo hanno abitato e con fierezza lo hanno vissuto.

Assaporeremo un percorso tra architetture e scorci di campagna respirando il profumo dell’erba tagliata e delle piante stagionali in fiore. Una camminata che si snoda partendo dal cinquecentesco santuario di Santa Maria della Noce, percorrendo il suggestivo Viale dei Cipressi, raggiungendo il Castello Crivelli e camminando tra quelli che un tempo erano terreni di loro proprietà. Saliremo sulla più alta collina del paese per giungere alla maestosa Villa Cagnola balzando così nell’Ottocento. Al ritorno passeremo invece all’interno del borgo di Inverigo, in un giro tondo che tocca con mano le estese proprietà dei marchesi Crivelli e si chiuderà il cerchio proprio con il cimitero dove grandi personaggi di Inverigo e della storia della Brianza sono stati sepolti.

I più anziani al nome Inverigo associano la storica Cremeria (Coccodè), dove si veniva in gita fuori porta la domenica per degustare un buon gelato ed il maestoso edificio progettato dall’Arch. Cagnola, La Rotonda, che ha ospitato i bambini di Don Carlo Gnocchi. Oppure ancora il lungo Viale dei Cipressi che si percorreva quando con i nonni spesso ci si spostava a piedi per questi paesi immersi nella campagna, magari in visita a zii o ai cugini e si passeggiava gustando del bello.

I più giovani ricordano questo paese tranquillo per le camminate in compagnia nella Tenuta di Pomelasca, che ad ogni stagione mostra spettacoli sempre nuovi, mentre qualcuno dall’animo fortemente devoto identifica Inverigo con lo storico santuario mariano dedicato alla Madonna della Noce; luogo splendido per vivere il giorno del proprio matrimonio, dove pare il tempo si sia fermato. Qualcun altro ancora ci parla di Inverigo e del suo mercato dei bozzoli, fondamentale per l’economia locale di un tempo, pare sia stato il più importante della Brianza ed i paesi limitrofi, dal suo sviluppo tra Settecento e Ottocento sino al dopo guerra.  Non si può dimenticare che questo è ancora oggi un paese di discreta notorietà, grazie anche alla presenza di importanti industrie di qualità, nella filiera alimentare e nell’industria del mobile, le quali tengono alto, in Italia e all’estero, il nome di Inverigo.

Eccoci qui, pronti. Inverigo, Via Piazza Mercato, il punto più antico del percorso; è il luogo del ritrovo e della partenza, situato precisamente tra il borgo del santuario mariano e l’inizio del Viale dei Cipressi, ai piedi del Castello Crivelli. Solo una raccomandazione: scarpe comode e tanta curiosità per scoprire circa 5km di storia!

La visita inizia proprio dal cinquecentesco santuario di Santa Maria della Noce; scorgiamo prima di tutto un curioso e tozzo campanile in cotto lombardo che quasi stona con l’intera architettura, una torre quattrocentesca con funzione di controllo, poi resa il campanile della chiesa. Inoltre un insolito recinto in pietra che racchiude l’ingresso principiale del tempio mariano separando il luogo sacro dalla vita quotidiana che si svolgeva al suo intorno.

Una gentile tradizione narra che, alle porte del Cinquecento, la Vergine col Bambino tra le braccia sia apparsa su un ramo di Noce, per indicare la strada di casa a due fanciulli che si erano dispersi nella boscaglia (certo perché dovete immaginare che quello che è oggi il sorprendente borgo di Santa Maria, nei secoli lontani, doveva essere un luogo disabitato, un bosco!). Questo miracoloso segno di affetto, segno la nascita di un tempio mariano dedicato appunto alla Madonna della Noce.

Ci addentriamo in Chiesa per approfondire la storia di questo luogo. Una luce delicata e soffusa posta sopra la cupola dell’edificio illumina con discrezione l’altare maggiore, accarezzando dolcemente le parti di architettura in stucco bianco.

L’edificazione di questo luogo fu conclusa con non poche difficoltà dopo oltre un secolo fatto di elemosine e lavoro. Pare sia proprio per volere del vescovo di Milano Carlo Borromeo che il progetto di completamento della chiesa fu affidato al noto e suo stretto collaboratore, l’architetto Pellegrino Tibaldi, ricalcando i canoni del tempo basati su decoro, luminosità e funzionalità liturgica.

L’architettura interna, sobria, dai rimandi classici, sorprende ma c’è qualcosa di ancor più inaspettato, la nostra attenzione viene attratta da un grande dipinto posto sull’altare maggiore: La Vergine adorata dal Marchese Crivelli. Individuiamo il ritratto del Viale dei Cipressi e del castello che tra poco conosceremo, e grazie a quest’opera pittorica ci accorgiamo di come ogni parte del nostro percorso è profondamente legata al territorio che la circonda. Ebbene un ex voto, questo dipinto, un dono voluto dal Marchese Giovanni Battista Crivelli in cui lui stesso, inginocchiato lungo il viale, prega la Vergine nella speranza di un miracolo che facesse tornare presto e in buona salute i suoi due nipoti Enea e Flaminio, lontani da Inverigo per motivi politici e militari.

Il santuario divenne di straordinaria importanza spirituale con la successiva fondazione del Seminario di Santa Maria della Noce.

Usciti dalla chiesa ci troviamo proprio in quella che è un raro esempio di antica piazza del mercato; scorgiamo due portici e possiamo osservare un’ampia architettura a ferro di cavallo (oggi abitazioni private), che racchiude questo prezioso luogo di culto ma che in origine aveva la funzione di ospitare le carrozze dei pellegrini, così come ogni finestrella che vediamo era la vetrina di una bottega, con la tradizionale porticina ed il banco dove veniva esposta la merce.

Possiamo osservare ancora qualche pianta di Gelso, le cui foglie erano l’alimento prelibato dei bachi da seta. Proprio qui infatti si svolgeva questo importante scambio commerciale: quello di Inverigo era menzionato come il più grande mercato dei bozzoli della Brianza. Dovete pensare che Inverigo ricopriva un importante ruolo in questo ambito produttivo e commerciale; la vendita del seme baco (le uova del baco da seta), l’allevamento dei bachi, il commercio dei bozzoli, la lavorazione in filanda e a pochi passi Como, la capitale della seta!

Non è facile distogliere l’attenzione da questa deliziosa piazzetta, ma è il momento di mettersi in cammino e tornare lungo il suggestivo Viale dei Cipressi ed il suo maestoso Castello Crivelli.

Il Seicento è il secolo che porta il maggior sviluppo delle dimore di campagna ed è il tempo in cui anche Inverigo fiorisce con le sue mirabili ville di delizia.

Insieme alle ville uno spettacolare viale alberato, che, come le diverse passeggiate tra le campagne del paese, dovevano essere tracciati che nei secoli scorsi i nobili percorrevano abitualmente in momenti di svago e frivole conversazioni, per lo più fanciulle, cullate ed allietate dalla frescura della natura e dalla calma dei paesaggi.

Per di più, la costruzione della ferrovia a fine Ottocento che seppure da un lato spaventò molto i contadini per il timore che il carbone nell’aria compromettesse i loro raccolti, rese invece Inverigo un dolce ed ospitale luogo per i milanesi che ardevano dal desiderio di abbandonare la città per godere dell’Orrido di Inverigo, delle sue campagne con le sue passeggiate e le raffinate ville dove poter fare sorprendenti incontri.

Nel mentre siamo giunti ai piedi del Castello Crivelli, villa che passò dai Conti Giussani ai Crivelli verso la fine del Cinquecento, per mezzo del matrimonio di Aurelia Giussani con un marchese. Una villa che nasce anticamente, forse intorno alla fine del Trecento, come Castrum, divenendo poi residenza stabile del Signore e cambiando infine nell’Ottocento come dimora di campagna. Uno spettacolare castello (oggi purtroppo ammalorato) situato in posizione dominante. Un luogo affascinante ma che doveva portare timore e sottomissione negli animi di quei laboriosi contadini che, agli attenti marchesi, dovevano dare conto del loro lavoro nei campi.

Un lungo tratto di viale ci accompagna verso di esso, ornato con eleganti e slanciati Cipressi; quel camminamento ideato, nel suo primo tratto, dal Marchese Giovanni Battista Crivelli, per giungere al santuario mediante una via privilegiata.

Si tratta non solo di una passeggiata ma di una vera e propria architettura del paesaggio, un cannocchiale prospettico che dal santuario porta lo sguardo al castello, al contempo un’incisione della collina, un percorso agevole tra i terrazzamenti, forse un tempo abbelliti e coltivati con piante di Gelso e Vite. Insomma un marchio di questa famiglia, un timbro impresso sul volto del paese di Inverigo.

Inoltre il Cipresso un simbolo per il paese, tanto che Filippo Meda parla di Inverigo come Collis Cyparissorum, un luogo che nulla deve invidiare alle verdeggianti passeggiate toscane. Il viale nella sua interezza è una gradevole passeggiata di circa 2 km, di cui noi percorreremo gran parte. Un secondo tratto di viale che possiamo solo immaginare, fu desiderio del Marchese Enea Crivelli al tempo in cui i possedimenti della famiglia vennero arricchiti con l’inclusione delle proprietà dei Ciocca di Milano, oggi è parte di una proprietà privata. Camminando tra i Cipressi, verso il castello, in una breve salita, ci accorgiamo di quanto la prospettiva a cannocchiale generata dal lungo viale, sia complessa e teatrale. Immaginiamo che il tempo si sia fermato: ammiriamo il camminamento ornato da suggestive ed austere statue di eroi classici e ninfe, che ritmicamente si alternano alla nostra destra ed alla nostra sinistra tra un Cipresso e l’altro. Una meraviglia tra natura e suggestioni mitologiche di cui oggi possiamo apprezzare solo qualche resto.

Giungiamo ai piedi del castello, dove purtroppo un sentimento di dispiacere rimbomba inevitabilmente nel cuore di chi lo osserva: il lungo lavoro di ristrutturazione oscura ai nostri occhi la sua intera bellezza ormai da tempo. Vediamo le case del borgo, e scorgiamo la torre svettare; siamo nelle terre dei marchesi! Giriamo intorno al complesso di cascine giungendo in Via L. Pollack, a lui intitolata in ricordo del grande architetto che nell’Ottocento rivoluzionò il castello, trasformandolo nell’architettura che vediamo oggi con l’inconfondibile loggiato posto sull’entrata della corte nobile che guarda al santuario e che rende questa dimora ormai solo una villa di campagna da abitare e gustare nei lunghi mesi estivi.

Con una breve passeggiata ci troviamo in Via al Gigante, in onore di quel Gigante che conosceremo a breve, dove si può ancora ammirare lo splendido giardino all’italiana del castello (se avessimo svoltato a destra anziché girare intorno al castello saremmo giunti alla nota Cremeria!).

Un immenso parco ritmato da piccoli terrazzamenti che accompagnano la camminata, facilitata da brevi tratti di gradini, ornati da statue di dei comodamente adagiate come su triclini.

Eccoci finalmente giunti ai piedi del terzo tratto del Viale dei Cipressi, detto scalinata del Gigante, l’ultimo prolungamento costruito ad inizio Settecento, un ampliamento del pregevole giardino all’italiana, quasi fosse un digradare del parco verso la natura spontanea e suggestiva.

Ci attende una camminata, forse un po’ faticosa, ma siate fiduciosi, lo sforzo sarà certamente ricompensato. Una salita accompagnata da numerosi gradini in pietra ci porterà in cima alla collina più alta del paese, abbracciati dal filare di cipressi che fanno godere della frescura anche d’estate, con le loro gradi ombre. Siamo giunti al fianco di un’enorme statua in pietra, popolarmente chiamata il Gigante. La guardiamo dal basso verso l’alto ed ancora ne riconosciamo un dettaglio: la clava. È proprio lui, Ercole, il semidio eroe delle dodici fatiche, che rubò i pomi delle Esperidi (i limoni) portandoli ai mortali. Un eroe maturo, dalla raffinata barba riccioluta, ci guarda con fermezza ma senza fare minaccioso. Ercole rappresenta la famiglia Crivelli, li celebra per il loro nome immortale e per il loro importante ruolo sociale e politico.

Da qui, in alto, anche noi dominiamo il paese e vediamo chiaramente l’orizzonte fino al Resegone e ai monti a lui vicini. Proseguendo la camminata leggiamo lo skyline di Inverigo, le torri del castello, le due corti storiche con case di ringhiera nel centro abitato del paese e la chiesa parrocchiale dedicata a Sant’Ambrogio. Proseguendo vi è una vera e propria via delle ville, parallela alla ferrovia, villini sorti tra fine Ottocento e inizio Novecento, sulle terre di proprietà dei marchesi Crivelli.

Più lontano il panorama si sfuma, inizia ad aprirsi una visuale a perdita d’occhio, che nelle giornate terse permette di scorgere i grattacieli di Milano e persino la Madonnina del Duomo. Distratti da panorami che si rincorrono uno sguardo dopo l’altro, ci ritroviamo ai piedi di un’architettura inaspettata.

Grandi figure maschile incombono, austere ai nostri sguardi curiosi, sono i telamoni, giganti statue con funzione ornamentale e di sostegno. Ma dove siamo? Abbiamo fatto un salto nell’Ottocento, siamo davanti alla facciata sud della Villa La Rotonda.

E’ il 1813 quando questa magnifica architettura inizia ad essere rimodellata dal maestro Luigi Cagnola; l’antico e mastodontico Palazzo Caravaggio viene trasformato nel capolavoro neoclassico della Villa Cagnola detta La Rotonda. L’abitazione propria dell’architetto, una dimora neoclassica a forma di tempio greco, proprio quel luogo che non ti aspetti. Luigi Cagnola doveva essere un personaggio originale, pioniere del volo in mongolfiera e conoscitore di vedute dall’alto che nessun altro o quasi aveva ancora scoperto. Un uomo dal grande ingegno che spesso fu accusato di compiere imponenti architetture solo spendendo il denaro altrui. Nella Rotonda egli fece confluire tutta la sua sapienza e probabilmente anche molto del suo denaro! Nel volgere dei lavori pare che le sue finanze iniziarono ad essere notevolmente ridotte, anche per questo motivo il suo lavoro fu concentrato sull’architettura mentre poche dovettero essere le attenzioni dedicate agli spazi interni ad eccezione della sala rotonda.

Un edificio neoclassico ed al contempo un testamento artistico, in cui il maestro fonde tutto il suo sapere e mette un punto nella storia dell’architettura, facendo una sintesi e citando le massime espressioni artistiche della storia ricalcando soprattutto le giganti forme dell’architettura Classica e realizzando nel suo insieme un imponente tempio greco.

Pure Stendhal nel suo viaggio in brianza 1828 ne decanta la maestosa bellezza” tutto nella Rotonda sembra grandioso”.

Inoltre se stacchiamo lo sguardo dall’edificio vediamo alle nostre spalle la natura ed il panorama che si perde verso Milano, qualcosa di unico e stupefacente.

Camminando ancora per pochi metri, percorrendo un piccolo sentiero sulla collina, ci ritroviamo all’entrata principale della Rotonda (lato est), un tempo ornata da un arco, una copia in piccole dimensioni di quel grande Arco della Pace che troviamo a Milano, realizzato pochi anni prima dallo stesso Cagnola.

La vera sorpresa ancora non è giunta, ci portiamo in giardino e finalmente ci compare dinnanzi la sorprendente architettura della villa, composta da due ali di colonnati ed al centro un’imponente e suggestiva scalinata che conduce all’ingresso, proprio come in un tempio greco.

Nel ristrutturare Palazzo Caravaggio, Cagnola si ispirò infatti alla Rotonda palladiana di Vicenza, la famosissima Villa Almerico Capra.

Vi è poi un ulteriore rimando al Pantheon di Roma, la spettacolare cupola che svetta sul paese dominando i paesi circonvicini. L’architetto volle chiudere il cortile interno dell’antico palazzo trasformandolo in una grande sala rotonda sovrastata da un’enorme cupola illuminata dall’alto.

Tornati all’esterno, ammiriamo un grande giardino all’inglese che completa l’edificio.

Molte opere di rifinitura furono completate postume dal conte architetto Ambrogio Nava, il quale sposò la giovane vedova del Cagnola, Francesca D’Adda Salvaterra.

Tra gli illustri ospiti che giunsero alla villa, vi è un personaggio d’eccezione, Ferdinando I D’Austria che prima di giungere a Milano per essere incoronato imperatore, fu ospite dalla marchesa, per ammirare i suoi possedimenti in Italia, proprio dalla terrazza di Villa Cagnola.

Una dimora questa dall’importante storia passata e presente, acquistata da Don Carlo Gnocchi nel 1949, quando era proprietà dei De Pange, eredi e successori del Marchese Cagnola per parte della moglie. Da quel momento divenne un luogo dedicato all’accoglienza dei suoi bambini poliomielitici e mutilatini di guerra, per donare loro un luogo di sublime bellezza dove poter accettare di vivere con serenità la vita, nonostante tutta la loro ingiusta sofferenza.

Oggi nelle strutture della villa Cagnola risiede la Fondazione Don Carlo Gnocchi.

Usciamo dal giardino della villa e ripercorriamo a ritroso il sentiero, torniamo lungo la collina a congedare il Gigante, arriviamo ai piedi del castello e scendiamo verso destra raggiungendo il borgo di Inverigo, passeggiando attorno al castello dal lato opposto rispetto all’andata. Un’altra strada, dove protagonisti sono nuovamente i Cipressi, ci conduce alla chiesa Parrocchiale dedicata a Sant’Ambrogio restaura dall’Arch. Paolo Mezzanotte e da lui portata allo splendore attuale. In linea con la sua entrata vi è una strada, l’originario ingresso al Castello Crivelli. Procediamo girando dietro la chiesa, scendiamo la discesa e ci troviamo sulla destra il cimitero che accoglie la tomba dei Marchesi Crivelli e il monumento funebre dei D’Adda Salvaterra.

Da qui scorgiamo nuovamente il Viale dei Cipressi e in lontananza il santuario che ci ha accolto al nostro arrivo. Ripercorriamo il viale verso di esso dando un ultimo sguardo ai Cipressi che ondeggiano dolcemente al vento leggero, ed il sole ormai basso sull’orizzonte segna l’avvicinarsi del crepuscolo, è l’ora del ritorno verso casa, come nobili ed eleganti dame che si avviano alle carrozze sul far della sera, al termine di una domenica pomeriggio nelle campagne fuori porta.

Laura Giussani

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